07/12/2019
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I vitigni autoctoni italiani: un patrimonio da preservare

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L’Italia possiede la più grande varietà di vitigni autoctoni al mondo.
Ma che cosa è un vitigno autoctono?
Il Vocabolario della Lingua italiana Treccani da questa definizione del termine: “In biologia è riferito a specie animali (e, alle volte, vegetali), in contrapposizione alle specie alloctone, introdotte cioè in una determinata zona da altri areali”.

Le specie alloctone, i vitigni “internazionali” come lo Chardonnay, i Cabernet, il Pinot Noir, etc., hanno avuto provengono da zone precise del pianeta, ma poco a poco, grazie alla loro adattabilità, si sono espanse in tutto il panorama viticolo mondiale, dando vita a grandissimi vini anche al di fuori delle loro zone originarie. I vitigni autoctoni invece hanno la particolarità di esprimersi prettamente nelle zone di coltivazione tradizionali.

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Nella nostra penisola abbiamo ben 350 varietà autoctone, ed ogni anno le ricerche ne identificano di nuove, e le più importanti denominazione di origine italiane sono composte proprio da questi vitigni. Un chiaro esempio è rappresentato dal Nebbiolo, vitigno del Nord Italia, le cui origini sono contese tra Langa e Valtellina (più accreditata la seconda ipotesi). Questo vitigno, che cresce esclusivamente in Piemonte, Alta Valtellina e nelle zone di confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, è alla base di 6 DOCG: Barolo, Barbaresco, Gattinara, Ghemme, Valtellina Superiore, Sfursat di Valtellina.
Ovviamente vi sono delle diversità tra le varie tipologie, ma in tutti questi vini è il vitigno ad esprimere chiaramente le sue caratteristiche oltre che il terroir.

Tipicità del vitigno e legame con la terra rappresentano il Leit Motiv del successo dei vitigni autoctoni, ma anche la modalità di vinificazione gioca il suo ruolo.
A volte la “caccia al punteggio” spinge alcuni produttori ad utilizzare tecniche che snaturano le caratteristiche dei vitigni, “internazionalizzando” così vini prodotti da uve tradizionali. Questi vini da un lato penalizzano il discorso di legame con la tradizione ed il territorio, ma dall’altro  immettono sul mercato vitigni che altrimenti non sarebbero considerati.

Un altro grande contributo allo sviluppo ed alla protezione dei vitigni autoctoni è sicuramente l’utilizzo di nuove tecnologie in cantina. Controllo delle temperature costante, diminuzione dell’utilizzo di So2, fermentazioni pellicolari e tante altre operazioni danno la possibilità ai vignaioli di preservare nei vini la tipicità del frutto e del territorio. Un altro esempio esplicativo può essere individuato nel Carricante, vitigno bianco autoctono che cresce in Sicilia sulle pendici dell’Etna che ci dona attualmente un vino di particolare finezza, sapidità e longevità, caratteristiche coadiuvate da un nerbo acido importante donato dall’altitudine e dal terreno. Fino a qualche anno fa le tecniche di vinificazione obsolete e le altissime temperature della Sicilia facevano sì che questo vitigno risultasse in un prodotto spesso povero di finezza e freschezza, non permettendogli di conquistare i palati degli addetti al settore.

La strada intrapresa dall’enologia italiana sembra favorire la preservazione di questo nostro patrimonio ampelografico, sarà compito dei canali di distribuzione, della critica e dei consumatori far sì che i risultati migliorino sempre più.

A cura di Vanni Berna

Sommelier Professionista A.I.S. Associazione Italiana Sommeliers
Degustatore Ufficiale A.I.S.
Direttore di Corso A.I.S.Relatore A.I.S.
Giudice degustatore per concorsi Nazionali e internazionali

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